Welcome to the occupation

Proprio in queste ore, nelle quali si consuma lo sgombero di Zuccotti Park (già Liberty Plaza Park), sede dei manifestanti di Occupy Wall Street, altrove nel mondo si insediano governi tecnici e tecnocratici che di fatto rappresentano lo sberleffo supremo a quella protesta. Dobbiamo metterci bene in testa che con riguardo alla vecchia Europa, così come in riferimento alle strade di New York, si pone un grave, medesimo problema di democrazia.

Oltreoceano, ciò che appare sempre più chiaro con l’esplodere di fenomeni di sgombero coatto e di scontri tra agenti antisommossa e manifestanti pacifici è il pericoloso schermo di opacità dell’amministrazione pubblica nei confronti dei suoi stessi cittadini. Un livello di opacità e di intolleranza che ci mostra il nerbo antico del potere americano, il quale sembra consentire la libertà solo fino al punto in cui essa non minaccia la libertà del potere (consentitemi la ripetizione). Dall’Italia guardiamo sempre con un misto di stupore e incredulità i cortei a stelle e strisce, che ci sembrano così ordinati e civili, lontani anni luce dalle folle dispersive e caotiche cui siamo abituati ad assistere; ma non si tratta solo di un problema di mentalità, bensì della presenza dell’ombra tutt’altro che liberale della repressione. I percorsi strettamente vincolati, l’incanalamento, la sorveglianza orwelliana delle manifestazioni rappresentano forse efficaci strumenti di ordine pubblico, ma con il concetto illuministico della libertà che finisce dove inizia quella degli altri c’entrano probabilmente poco, e lo capiamo adesso che la pazienza dei sindaci e degli amministratori è finita (in queste ore almeno 100 manifestanti sono stati arrestati durante lo sgombero, non si sa bene con quali accuse). Ora che il vero atteggiamento law and order inizia a palesarsi, possiamo guardare a posteriori ai vincoli che vengono posti dovunque all’espressione del pensiero, e prendere coscienza di quanto poco di democratico ci sia nell’esercizio della potestà pubblica nel 2011, in America come altrove. Occupy Wall Street è stata inizialmente tollerata con indifferenza dalla politica americana, in modo più o meno bipartisan (anche le timide prese di posizione di alcuni democratici non significavano nulla), il che dimostra come certi dogmi fondanti della società economica non possano essere toccati. Sì, è stata difesa la libertà di parola, ma a cosa serve questo quando la protesta ha davanti un muro invalicabile? Con il passare dei giorni, poi, sono iniziate le dichiarazioni nervose e fasciste dei sindaci, talvolta mascherate dietro finte preoccupazioni per l’igiene e la sanità pubblica, e i manganelli hanno iniziato a calare sulla testa delle persone; il caso ha però voluto che non ci fosse mai stato un atto offensivo precedente da parte dei dimostranti, e che anzi in seguito si siano sempre operate rimozioni in assetto antisommossa, senza mai la necessità di reprimere scontri fomentati dai civili (solo in rari casi ci sono state resistenze violente, da parte di poche decine di ragazzi, come ad Oakland). Nel frattempo, il silenzio più assordante è calato anche tra quei politici prima vagamente favorevoli ai manifestanti, con lo spettro delle elezioni imminenti e delle violente accuse dei repubblicani. Quel diritto alla libertà di parola tanto caro agli americani, in definitiva, è stato calpestato, fino all’epilogo ancora in corso dello sgombero di Zuccotti Park, con la scusa della sporcizia ed il beneplacito silenzioso di chi difende una poltrona o un seggio. L’impressione tremenda che ne se ricava è allora quella di una libertà a due velocità: quella più di moda è sbandierata dai conservatori per giustificare la deregulation del mercato, il diritto di fare impresa sempre e comunque (anche a danno di ambiente, salute, lavoratori), il diritto del profitto, e viene difesa a spada tratta dal potere pubblico; l’altra, più sporca e meno scintillante, viene invece manifestata pacificamente nelle piazze, nel tentativo di sollevare il velo sulle ingiustizie sociali che nascono dalla prima forma di libertà quando essa non rispetta le regole democratiche, ed è combattuta e delegittimata con ogni mezzo. Quale delle due dovrebbe contare di più in un bilanciamento degli interessi? Quella che produce conoscenza o quella che genera solo abnormi profitti economici? Quella che chiede giustizia o quella che vede nel mondo una scacchiera dalla quale si possono anche eliminare i pedoni, pur di giungere allo scacco? Quella che chiede democrazia o quella che la rigetta? Indipendentemente dalla risposta che pensate debba avere questa domanda, nel momento in cui si proclama con orgoglio la libertà come base della società, tale libertà deve essere difesa in tutti i suoi significati, e non soltanto in quelli che sono più convenienti per chiunque detenga un potere.

Sui mezzi di informazione, l’ipocrisia dell’inviolabilità quasi trascendente, religiosa del capitalismo finanziario è risultata in questi mesi ancora più sgradevole, perchè si è dato spazio agli aggiornamenti da New York e dagli altri luoghi che a macchia d’olio nascevano in America e nel mondo come si dà spazio ad una nota di costume, un fatto di cronaca che non ha una base ideologica, che non esprime dissenso, che non propugna idee: il simbolo perfetto per un sistema dei media che non diffonde contenuti, ma intrattenimento. Così come è successo con le recenti violenze di Roma, si è parlato del fatto ma non si è narrato l’antefatto: mai, in questi ultimi anni, è stata data risonanza a voci autorevoli che spiegassero davvero chi ha causato questa crisi, come ciò è stato permesso, e perchè il neoliberismo ci sta portando sull’orlo del baratro. Il tutto rimane al di fuori del circuito dell’informazione, come una discussione astratta per tecnici o una fissazione da fricchettoni maniaci del complotto. Quello che dobbiamo iniziare a capire è che invece si tratta di una questione che riguarda tutti, e che ha a che fare con i diritti umani, le libertà individuali e la democrazia. Perciò essa va diffusa, comunicata, spiegata e ascoltata da ognuno nella maniera più ampia possibile, tirandola fuori dai circoli chiusi nelle quali si cerca di tenerla nascosta, per evitare che si confidi, come adesso si sta facendo in Italia ed in Europa, in una soluzione calata dall’alto che risolva problemi troppo difficili per essere davvero compresi. Non sono gli economisti a dover individuare una via di uscita dalla situazione attuale, non devono esserlo. La gran parte di loro è andata per anni al traino delle dottrine dominanti, magari trovandosi a libro paga delle stesse istituzioni fautrici del disastro: di conseguenza, o ha finto di non sapere cosa sarebbe successo, o davvero non lo ha capito. In entrambi i casi, dare le chiavi di un paese a gente del genere rappresenterebbe un suicidio collettivo, del quale peraltro i nostri venditori di fumo della ‘sinistra che ama l’equità sociale però anche il neoliberismo e Mario Monti‘ sarebbero chiamati a rispondere.

P.S. Alcune notazioni su Occupy Wall Street: Zuccotti Park è un parco privato (sì, nel bel mezzo di New York!), anche se ad accesso pubblico, di proprietà della Brookfield Office Properties Inc. società quotata in borsa in Canada e Stati Uniti. Secondo i resoconti, le forze dell’ordine hanno rimosso la libreria della protesta, formata da oltre 5000 volumi donati al movimento, ed hanno impedito ai manifestanti di raccogliere le loro singole proprietà. I giornalisti sono stati tenuti al di fuori della zona ‘liberata’, con il fine (parole del sindaco Bloomberg) di garantirne la sicurezza. In mattinata, un giudice della Corte Suprema dello Stato di New York ha poi emesso un ordine di restrizione nei confronti dello sgombero, ordinando all’autorità pubblica di consentire il ritorno dei contestatori sul luogo finchè non ci sarà l’udienza sul ricorso mosso dagli stessi contro la città di New York, ma il sindaco in risposta ha chiuso l’area.

Se vuoi seguire un livestream degli eventi: http://huff.to/vtpHc8

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