Come si misura la salute di una democrazia? A questa domanda è forse facile rispondere se ci si riferisce a regimi politici appeni nati, o in via di formazione, nei quali gli elementi da analizzare sono ancora ben delineati e correttamente identificabili (seppure anche qui non vadano sottovalutate le influenze occulte che sovrintendono ad ogni processo di nation-building); non appena si cerca di volgere
lo sguardo alle solide democrazie occidentali, tuttavia, si incappa subito nell’astio bipartisan di politici e opinion-makers, i quali si mostrano spesso sdegnati all’idea che qualcuno prospetti loro l’esistenza di un deficit democratico nel loro paese, quello stesso paese che con le sue leggi ne riempie il portafogli e ne rende possibile il dominio sulla vita culturale e politica. Checchè se ne dica, infatti, la democrazia è sempre un buon affare per quelli che stanno dalla parte giusta, un affare da difendere a spada tratta dal ‘populismo’ e dall’estremismo che minacciano la moderazione necessaria per essere ammessi al dibattito pubblico. Nessuno, tra coloro che hanno in mano l’informazione e il potere decisionale, avrà mai interesse a negare lo status democratico del proprio paese, semplicemente perchè l’invocazione delle regole democratiche fornisce una sorta di scudo di plexiglass per difendersi dal mondo esterno, per impedire un reale cambiamento, per affrontare seriamente i problemi. Questo discorso si applica ovviamente alle destre di ogni dove ma, in maniera drammatica, riguarda soprattutto le sinistre nate dalle ceneri del muro di Berlino, le sinistre che hanno abbracciato senza colpo ferire il sistema della democrazia capitalistica come un faro capace di trascinare la storia umana verso un progresso senza fine. Che l’abbiano fatto per interessi economici o per errate convinzioni poco conta. Ciò che conta sono invece i frutti di tale scelta, i frutti che quotidianamente vengono raccolti da tre quarti della popolazione mondiale e che adesso iniziamo a raccogliere coscientemente anche noi. Dove sta allora il torto? Dalla parte di chi si sente indignato, o dalla parte di chi ha accettato acriticamente un modello che inevitabilmente avrebbe portato all’indignazione?
Lungi dal voler essere una tirata sull’eterna lotta tra capitalismo e comunismo, il mio intervento riguarda un altro binomio antitetico, il binomio che vede contrapposti in maniera insanabile capitalismo (neoliberismo) e democrazia, e che viene invece perlopiù considerato (leggi ‘spacciato’) come un’espressione sinonimica scontata e acquisita. A scanso di equivoci, dico anche che il mio riferimento all’invocazione delle regole democratiche non sottintende un’avversione alle regole tout court: ci sono regole di giustizia, regole
davvero democratiche (soprattutto regole non scritte, a dire il vero), ma ci sono anche regole di facciata, regole messe per iscritto solo per giustificare una prevaricazione, e queste a mio avviso dovrebbero essere evitate come la peste. Va da sè che sono queste ultime le regole invocate dal potere di ogni colore per auto-legittimarsi e delegittimare nel contempo il dissenso che vada oltre gli angusti confini fissati nel ‘democratico’ dibattito pubblico occidentale. Noam Chomsky, in merito, ha scritto che la grande menzogna che consente di mantenere le persone passive ed obbedienti consiste nel restringere fortemente lo spettro delle opinioni accettabili (solitamente a due), consentendo allo stesso tempo un dibattito anche aspro all’intero di questo spettro, per dare l’impressione che sia consentito il libero pensiero mentre in realtà ciò non avviene¹. Questo, in tre righe, è l’elemento di più profonda crisi nelle moderne democrazie capitalistiche, l’elemento che più di ogni altro impedisce un reale cambiamento nella società, nella politica e soprattutto nell’economia. Non solo: pur essendo un elemento di forte contraddizione, non è facilmente identificabile come lo sono per natura tutte le contraddizioni, proprio perchè va a toccare il momento stesso della formazione dell’opinione, e viene quindi in rilievo prima che ognuno di noi possa esprimersi in maniera informata; in altre parole, non lo riteniamo un problema perchè non abbiamo coscienza che lo sia, in quanto il nostro consenso è stato manipolato a monte.
In Italia, paese che possiamo prendere per metonimia come un perfetto esempio del tutto, questo accade quotidianamente, e in maniera molto evidente. Sulla maggior parte delle questioni di grande importanza, nessuno all’interno del cerchio magico del potere è in disaccordo; sulle questioni economiche e finanziarie, la ricetta dei grandi partiti, supportata dai mezzi di informazioni, è pressochè la stessa; l’appoggio acritico alla scomparsa della sovranità in nome dei mercati e dell’Unione Europea è predominante; l’indifferenza di fronte alla speculazione finanziaria, vista come un dato acquisito e non come una distorsione della democrazia, è la norma. Eppure il dibattito politico è ogni settimana più aspro; gli insulti volano, i contrasti e le beghe sono all’ordine del giorno, i media si danno da fare con grande lealismo per distruggere l’uno ed osannare l’altro. Nulla di tutto questo, a necessaria conclusione del discorso che abbiamo fatto, è reale. Ogni cosa è funzionale alla conservazione di un sistema; ogni cosa, presupposto fondamentale per mantenere tra i cittadini un livello minimo di consenso verso le istituzioni democratiche e per consentire agli interessi economici e politici di esplicarsi in libertà, facendo sì che le persone confidino nel solo esercizio del diritto di voto per mandare a casa il cattivo e sostituirvi il buono. Una democrazia di tal fatta è una democrazia vuota, e ciò sia detto senza distinguo, in maniera pura e semplice. Il vantaggio di questo modello democratico bugiardo, rispetto ad un modello totalitario, risiede nella sua capacità di assumere le vestigia formali di una vera democrazia (diritti umani, libertà individuali), ammantandosene come se fossero un abito sacerdotale e servendosene per
autolegittimarsi, mentre nella sostanza esso procede a violarle, trincerandosi dietro l’insindacabilità di regole (elettorali, repressive, relative ai monopoli dell’informazione) prodotte ad hoc, le quali rendono impossibile la più legittima delle proteste, quella per la libertà di espressione del pensiero. Senza bisogno di andare troppo a ritroso nel tempo, vediamo dovunque intorno a noi gli effetti di questo meccanismo trasversale che colpisce chi cammina al di fuori dei parametri consentiti: il silenzio mediatico (ed il blocco finanziario) nei confronti di WikiLeaks ne è un esempio, così come ne è un esempio la sordità dei media di fronte alle ragioni della protesta di Occupy Wall Street, sordità che improvvisamente diviene attenzione esasperata nel momento in cui al dissenso subentra la violenza, utile mezzo per fare share.
La domanda che va posta con più forza, con più insistenza, di fronte a questo scempio della democrazia (il cui altissimo significato è di fatto frainteso, distorto, violato), deve essere infatti diretta all’informazione, e soprattutto a quell’informazione che grida quotidianamente all’attentato alla libertà di stampa, a quell’informazione progressista che regna sulle macerie del malcontento popolare, fingendo di farsene portavoce e in realtà denigrandolo e rendendolo caricatura di sè stesso. In nome di quale valore (economico) questa si autocensura, si limita, si ingabbia, nega la libertà? Sulla base di quale giustificazione porta timidamente avanti battaglie alle quali evidentemente nemmeno crede, mentre incamera finanziamenti pubblici come se piovesse? Non certo in nome della democrazia, perchè la democrazia non è destra e non è sinistra, ma è infinitamente di più, infinitamente più frammentaria, infinitamente più complessa, infinitamente meno meschina del dibattito sulla vita di Berlusconi e sulle dita di Bossi. La domanda che va
posta con più forza, in definitiva, è questa: l’odierno sistema dei media nei paesi occidentali è funzionale alla democrazia che vorremmo o è invece funzionale ad una democrazia di facciata?
P.S. Ho posto la questione al direttore di Repubblica Ezio Mauro, in visita a Grosseto (la mia città) per presentare il suo nuovo libro ‘La felicità della democrazia‘ (Laterza)², scritto a quattro mani con il giurista Gustavo Zagrebelsky. Con perfetto aplomb e una certa dose di ostentata superiorità morale (e senza farsi mancare il solito rimprovero verso chi sostiene che la democrazia italiana sia in crisi), egli ha preferito glissare, dilungandosi invece in una lunga filippica sul ruolo dell’informazione in una democrazia (ma no?) e sul rapporto vitale tra quotidiano e lettore. Se non avesse capito o se avesse finto di non capire, non saprei dirlo. Certo è che il giorno successivo ho letto con gusto un articolo³ di Concita De Gregorio su Repubblica.it, nel quale si parlava dell’ascesa folgorante di Matteo Renzi verso il trono di un centrosinistra (che la giornalista pareva augurarsi più moderato e centrista, pro-nucleare e pro-acqua privata) giovane e vincente. Si parlava, cioè del nulla. Con buona pace della democrazia.
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¹ Noam Chomsky, The Common Good (1998)
² dal sito di Libertà e Giustizia, http://bit.ly/vS5gw1
³ Concita De Gregorio, Da Bersani agli ex popolari del Pd, ecco chi teme l’offensiva di Renzi (Repubblica.it, 29 Ottobre 2011)












