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In quale situazione si trova un paese i cui vecchi, lungi dal rappresentare le guide, i depositari di valori quali l’umiltà, l’accoglienza, l’uguaglianza, la solidarietà, sono per i loro giovani i cattivi maestri del razzismo e dell’intolleranza? I nostri anziani si chiudono in casa, imbabolati davanti alla televisione. Covano un odio che dal di dentro rode i loro organi, come una scabbia. Appaiono inariditi, desertificati moralmente, in un’età in cui dovrebbe invece disvelarsi il miracolo della vita, un miracolo che abbraccia la comprensione, l’indulgenza, la compassione, la reciproca convivenza, perfino la carità cristiana. Quando il lungo percorso che giace dietro le loro spalle non è più un duro ma sincero insegnamento al rispetto delle persone, quando diventa un passato senza nome e senza valori, la loro esistenza è stata un’esistenza priva di senso. Quando hanno paura che la loro identità, la loro tradizione, venga rubata, estirpata da uno straniero, dimenticano l’epoca in cui hanno vissuto, dimenticano la repressione della differenza, la bellezza del diverso negata quotidianamente, la sistematica violazione della libertà di espressione, di pensiero, di religione, di cultura, per cui molti di loro si erano anche battuti. Come può una persona abbandonare il proprio retaggio e rimanere viva, rimanere una persona vivente e pulsante di dignità umana, come si può chiedere ad un immigrato di sacrificare la propria libertà in nome dell’integrazione (quella leghista, per intenderci)? Quei nostri vecchi, che dovrebbero essere l’ancora che ci lega al passato mentre navighiamo verso il futuro, che dovrebbero trasmettere i valori per cui la vita vale veramente la pena di essere vissuta, che dovrebbero erigere a simbolo (marchiato a fuoco sulla loro stessa pelle) il rispetto della diversità, lo stupore per il creato in ogni sua forma, la semplicità e l’umiltà della convivenza, sono uomini induriti, carichi di odio. Se già le sue radici sono secche, dove può sperare di andare una società?

D.Piselli


Is your species crazy? E’ pazza la vostra specie? Se lo chiede un gruppo di studenti giapponesi che marcia a Copenhagen, con travestimenti alieni e cartelli recitanti, tra le altre cose, ”Portateci dal vostro leader”. Non saprei cosa rispondere, se mi trovassi davanti qualche marziano del genere, ve lo confesso.

Prima di tutto, un breve chiarimento. Serrature ha scelto di non occuparsi, se non con il blog brevis del 14, della vicenda Berlusconi. Il motivo è molto semplice: come volevasi dimostrare, abbiamo assistito ad una vergognosa campagna mediatica di santificazione del politico, quando l’unica solidarietà che andava espressa era alla persona, anzi per meglio dire all’essere umano. Un gesto simile non può essere utilizzato e strumentalizzato per legittimare inciuci e fare del terrorismo, quello sì mediatico, nei confronti di personaggi di moralità integerrima quale Marco Travaglio, tanto più giustificando un vagheggiato filtro internet à-la cinese. Porta a Porta, ieri e Lunedì, è stato in questo senso esemplificativo del clima di tetè-a-tetè che si respira tra Pd e PdL, specie riguardandosi la performance meschina del pizzinomane Nicola Latorre, il quale farebbe meglio a iscriversi al partito di Berlusconi invece di continuare la sua opera di decomposizione nel Partito Democratico. Per questa ragione, abbiamo ritenuto inutile l’amplificazione ulteriore della vicenda, una vicenda che si risolve sempre più in una grande operazione di marketing a favore del Presidente del Consiglio; peraltro, vedremo se basterà ad affrontare un 2010 che definirie tumultuoso sembra eufemistico, ma tant’è.

Non essendoci più, all’interno della politica italiana, notizie degne di questo nome da commentare, preferiamo rivolgerci all’attualità estera. La quale si risolve in due tronconi principali di analisi: da una parte i problemi interni di Obama negli Stati Uniti, vedi disoccupazione alle stelle, vedi Wall Street che continua a farsi gli affari suoi, vedi la riforma sanitaria che il senatore Lieberman continua a tenere per le palle (lo farebbero in tanti con i soldi che prende lui dalle lobby) attirandosi probabilmente le maledizioni di tutti quelli che lo hanno eletto al suo quinto mandato.
Dall’altra, il vertice di Copenhagen, che si concluderà dopodomani, ormai con una tabella di marcia impossibile da sostenere e con un epilogo praticamente già scritto. Mentre vanno avanti le proteste e gli arresti, vestigia fin troppo riconoscibili che ci rimandano al negoziato WTO di Seattle di 10 anni fa, succede che Connie Hedegaard, presidente del summit, si dimetta (vuoi per procedura, vuoi per polemiche) lasciando spazio al premier danese Rasmussen. Succede che gli U.S.A. continuino a proporre la fine del protocollo di Kyoto in favore di un nuovo accordo privo di cifre, vincolante al buon cuore delle singole nazioni, invece di abbracciare se non la misura (risibile) almeno la struttura di quel documento. Succede che si propongano tagli alle emissioni del 8-12%, ben lontani da un 40% entro il 2020 che si ritiene necessario per cercare di riportarsi non in salvo, ma almeno con un piede fuori dal baratro; o che, nello stesso tempo, si parli di contenere l’aumento della temperatura del pianeta entro 2 gradi o la concentrazione di co2 nell’atmosfera entro le 450 parti per milione. Insomma, si parla di aumenti limitati invece che di decise riduzioni: un suicidio, in altre parole. I grandi movimenti di massa, come ricorda Johann Hari sull’Huffington Post, sono l’unica voce che può far cambiare questa situazione. I cittadini di tutto il mondo si stanno unendo al dissenso che cresce anche internamente al vertice, con molti delegati che se ne andranno in segno di protesta. Ma se davvero possiamo aspettarci un’iniziativa morale dei paesi ricchi solo grazie alla pressione dell’esasperazione popolare, è dura essere ottimisti. Per quanti possano essere, coloro che si muovono contro l’ingiustizia, ancora non sono la maggioranza. Mi viene in mente quel passo del film di Al Gore, “Una scomoda verità“, in cui si dice che una rana in una pentola di acqua bollente non ne salterà fuori, se si aumenta la temperatura del contenitore in maniera graduale. Il problema è che, per quando quel livello di sopportazione sarà raggiunto, ormai la crisi climatica sarà già finita. Per il peggio.

D.Piselli

Dopo l’aggressione ai danni del presidente del Consiglio, oggi non c’è molto da dire che non sia già stato detto. Anzi, sì. C’è che il Tg2 ha dedicato praticamente 28 minuti su 30 alla vicenda che ha visto coinvolto Silvio Berlusconi. Cos’è rimasto? Un servizio di 20 secondi sulla sospensione delle trattative in corso a Copenhagen, in seguito alle proteste da parte di molti paesi africani, i quali hanno accusato le nazioni industrializzate non solo di remare contro ad un nuovo accordo vincolante, ma di volersi addirittura sganciare dalle istruzioni del protocollo di Kyoto. E poi ci sarebbe il voto del CSM sul processo breve, i dati di Bankitalia sul debito pubblico galoppante, il corteo dei lavoratori di Termini Imerese, la statistica che dipinge l’Italia come fanalino di coda nelle politiche ambientali e nella riduzione delle emissioni, e potrei andare avanti…Con la scusa di ciò che è successo a Berlusconi, in Italia si è di fatto abolita l’informazione per un giorno.

Così, mentre l’apnea del mondo veniva di nuovo cloroformizzata da parassiti di regime pronti a servircela nei telegiornali come una qualunque notizia di costume, una curiosità, una nota di colore, assistevamo all’ennesima, vergognosa strumentalizzazione politica. Per un Silvio martirizzato e beatificato dall’affetto dei fedeli, c’era un Di Pietro contro il quale si inneggiava alle sprangate su facebook; per un appello condiviso di Napolitano (il disco rotto), c’era la solita, squallida accusa alla magistratura, nonchè l’attacco violento ai membri dell’opposizione e l’assoluzione con formula piena degli atteggiamenti incivili del presidente del Consiglio.
Per un’Italia ormai senza speranza (ma chissà che non ci faccia bene), c’erano invece 100.000 persone che sfilavano a Copenhagen. Tra di loro, anche l’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu. Con buona pace degli sciacalli, preferisco parlare di questo.

D.Piselli


Affermava ieri Anders Turesson, il capo della delegazione svedese a Copenhagen, in merito al summit dell’Onu: “C’è una disputa procedurale che ci sta facendo perdere tempo prezioso; potrebbe essere utilizzato, quel tempo, per definire le specifiche in merito alla riduzione delle emissioni ed ai finanziamenti internazionali. E’ desolante”.
In effetti è davvero molto desolante notare come, dopo una settimana dall’inizio del vertice COP15 (che sta per quindicesima conferenza delle delegazioni), ancora i negoziatori non siano entrati all’interno delle singole problematiche, limitandosi ad annunci sensazionalistici che le testate di tutto il mondo hanno ripreso qua e là, dando al cittadino medio l’idea di una grande, inutile confusione.
Ma cos’è questa disputa procedurale che sta bloccando le trattative? Sarebbe una buona idea provare a fare un po’ di chiarezza su ciò che accade a Copenhagen, cosa che nessuno fa ma che servirebbe come il pane, specie nei confronti di un’opinione pubblica che ascolta tanta demagogia e tanto fuoco incrociato senza rendersi conto dell’effettiva portata del problema e sulle possibili soluzioni da intraprendere. L’unico articolo che in tal senso sia interessante, è stato pubblicato ieri su www.huffingtonpost.com da David Corn.

Tutto deriva dall’esistenza di un doppio binario di accordi e meeting congiunti, nato alcuni anni fa secondo una formula di vite parallele, il cui unico risultato è l’inutile ingolfamento delle negoziazioni. Questo doppio binario va fatto risalire alla stipulazione del protocollo di Kyoto (1997), ratificato inizialmente da 37 nazioni industrializzate e adottato in seguito da altri 184 paesi. Quel protocollo, come tutti sanno, prevedeva tagli del 5% delle emissioni di Co2 (sui livelli del 1990) entro il 2012 e non includeva le nazioni in via di sviluppo, che fino a quel momento non erano state responsabili in alcun modo del problema dell’effetto serra. Per quanto i target stabiliti fossero irrisori (ancora la coscienza del problema appariva limitata e la strada verso il baratro assai lunga), alcuni tra i principali inquinatori, quali appunto gli Stati Uniti e l’Australia, non ratificarono il trattato. Però Kyoto era solo il traguardo di un lungo percorso iniziato con la Conferenza di Rio de Janeiro del 1992, la quale aveva creato, con il consenso di oltre 150 nazioni (c’era anche Bush padre) la United Nations Framework Convention on Climate Change, organo adibito a cercare una strategia comune contro i cambiamenti climatici.
Quindi cosa è accaduto? I firmatari di Kyoto hanno continuato a radunarsi, sotto il nome di MOP (meeting delle delegazioni), con l’obiettivo dichiarato di implementare il trattato originale, che era vincolante. Nel frattempo, le riunioni del COP suddetto sono andate avanti parallelamente alle prime, includendo anche i paesi che non lo avevano ratificato, fino al culmine rappresentato dalla Conferenza di Bali del 2007 nella quale si era prospettato un nuovo accordo, anch’esso vincolante, entro il 2009. Più problematicamente ancora, dal 2005 i due summit si svolgono in contemporanea, nelle stesse sedi e pertanto perfino a Copenhagen.

Si capisce perfettamente come questa confusione rappresenti la via ideale per cercare di svicolare dagli impegni proposti in una delle due sedi. Così stanno facendo la Cina, l’India e il Brasile, i quali spingono nel senso di un rinnovamento di Kyoto che, per loro, non sarebbe vincolante. Al contrario, i paesi industrializzati preferiscono la nascita di un nuovo trattato che imponga divieti tassativi anche a questi paesi, specie in riconoscimento del fatto che essi saranno, in futuro, responsabili per il 97% dell’aumento della concentrazione di gas serra nell’atmosfera. Il momento più emozionale, in questo senso, ci è parso l’appello disperato della delegazione delle isole Tuvalu, a rischio estinzione: in lacrime, il capo negoziatore del minuscolo stato ha proposto la ratifica di un nuovo trattato vincolante senza però cancellare Kyoto (ed i suoi eventuali ampliamenti). L’effetto sarebbe potenzialmente notevole, dal momento che ogni nazione si ritroverebbe vincolata a severi standard. Se i paesi più poveri hanno subito aderito all’idea, consci del fatto che oltre ad essere appunto poveri sono anche quelli più a rischio dal punto di vista dei cambiamenti climatici, Cina, India e compagnia bella hanno pronunciato il loro secco no. E’ la situazione alla quale mi riferivo ieri (Delegare il pianeta ndr), ovvero la persistenza di questa ridicola schermaglia sull’opportunità di tagliare le emissioni quando è tanto facile produrre, produrre, produrre utilizzando il carbone e gli altri combustibili fossili. Una logica ipocrita che guarda al profitto immediato (short-term solutions, come quelle che descrive Al Gore sul Financial Times di qualche giorno fa http://www.ft.com/cms/s/0/1b1067b2-dacd-11de-933d-00144feabdc0.html?nclick_check=1), secondo vere e proprie logiche di capitalismo sfrenato (chi crede più alla favola cinese?), e non considera quell’abisso che si aprirà non appena una mattina qualche tecnico si sveglierà e ci dirà: “Il petrolio sta finendo“.

Le parole più significative, in tal senso, le hanno pronunciate i negoziatori africani, per i quali i dinieghi cinesi sono prova di una domanda che deve essere posta adesso, con forza: davvero i paesi in via di sviluppo appartengono alla stessa categoria di quelli poveri? E davvero ne condividono gli interessi?

D.Piselli


Delegare il pianeta

E’ possibile ridurre sempre tutto alla politica, agli interessi economici, ai finti ostacoli? E’ possibile quando il tema del discorso è la salvezza della biosfera, l’equilibrio degli ecosistemi, la lotta all’inquinamento, in una parola il pianeta terra? Copenhagen è piena di negoziatori, negoziatori, negoziatori; straripa di consulenti, analisti, esperti in trattative, senza che per questo la prospettiva di un accordo importante ci risulti meno fumosa. Alcuni volenterosi ragazzi hanno persino dato vita ad un progetto chiamato “Adopt a negotiator” (http://adoptanegotiator.org/), dichiarandosi disponibili a raggiungere personalmente la capitale danese per controllare l’operato e l’onestà di ogni singolo delegato.
Eppure basterebbe che si lasciassero per una volta le lobby e le pretese economiche fuori dalla porta, e tutto sarebbe diverso. Però non ci riusciamo. Siamo sempre qui, dopo 6 giorni di summit, a discutere di idee morte, veri e propri condoni ambientali a misura di nazione, ed intanto la gente viene arrestata per le strade, solo per aver gridato uno sdegno reale di fronte ai castelli di parole e dollari che si costruiscono ai tavoli delle trattative. E’ strano pensare a come la violenza sia in effetti solo extrema ratio, per un manifestante, di fronte alla sordità di chi lo governa. E’ strano perchè spesso, per quel governante, la stessa violenza deve essere invece preventiva.

D.Piselli


Ci abbiamo riso su, l’abbiamo tirato in mezzo, è stato oggetto dei nostri caustici, però quando è ora di dire basta bisogna saperlo fare. Minzolini ha toccato il fondo. Dopo la fine, ormai risalente, del suo impegno come giornalista, pensavamo che il direttore del Tg1 si sarebbe limitato ad orchestrare il carrozzone alla meglio, come fanno tanti onesti mestieranti berlusconiani sparsi per le reti e per le redazioni di tutta Italia: qualche notizia qua, qualche omissione là, il solito lavoro di redacting, pulitura, mondatura, e via veloci come il vento. Il caso ha voluto invece che il povero Minzolini si ritrovasse al centro di questo processo di implosione, di involuzione violenta, dello stato italiano, e che ne diventasse una delle figure più emblematiche, più squallidamente indifferenti, come un muezzin che richiama alla preghiera quotidiana il suo gregge indottrinato, come quei boia nazisti che si giustificarono ai processi di Norimberga affermando di aver solo seguito degli ordini. Ecco, lui è una figurina triste di questi anni che ci ricorderemo sicuramente, tra i tanti pedoni, sicari, soldati di fanteria al servizio del potere di Berlusconi.

Il suo editoriale di stasera è stato davvero il trionfo dell’impensabile, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, lo sputo in faccia finale ai magistrati, a Napolitano, a quello straccio lurido di legalità che gente come Falcone e Borsellino ha cercato in tutti i modi di preservare in questo schifo di paese, e chissenefrega se nel frattempo ne è morto, tanto Minzolini più vivo di così non è mai stato. Sentire frasi come “Andreotti ci ha messo più di dieci anni per liberarsi della leggenda del bacio a Riina, ed è stato danneggiato non solo l’interessato ma anche il Paese” è la più deludente deriva che si potesse immaginare, perchè legittima la mafia, la corruzione, tutto il malaffare e la merda che dal dopoguerra ci piove addosso; anzi, la eleva a status quo della politica, a essenza inscindibile della democrazia italiana, a simbolo glorioso del perseguimento del male, dell’interesse personale, dell’immoralità, dell’ipocrisia, della delinquenza morale e reale. E’ così da noi, le mode vanno e vengono, e così Licio Gelli torna in tv, Craxi viene beatificato a destra e a manca, e persino Andreotti, che andrebbe additato come l’esempio di ciò che un presidente non deve mai diventare, siede tranquillo al Senato e fa le pubblicità per una compagnia di telefonia mobile. Minzolini parla, ma si vede che è un morto a parlare, uno che recita una parte, che segue un gobbo, che non crede nemmeno alle parole che dice. E lo apostrofa correttamente il segretario Usigrai Carlo Verna, definendolo “un corpo estraneo al servizio pubblico“, perchè quelli del PdL possono dire quanto vogliono che in Rai ci sono sovversivi alla Santoro, però c’è la piccola differenza che Santoro direttore del primo Tg nazionale non lo è; se voglio vedere Annozero posso farlo da spettatore, ma il mio diritto di ascoltare le notizie del giorno non è inerente alla sfera dell’utenza, bensì a quella della cittadinanza, dell’informazione, alla sfera della persona intesa come in carne ed ossa, e non come consumatore virtuale.
Il problema, alla fine, è proprio questo. Siamo diventati consumatori virtuali, fruitori passivi della realtà quotidiana. Invece che vivere, sentire, toccare con mano la situazione dell’Italia, preferiamo farci raccontare come viviamo, come dovremmo vivere, quello che dovrebbe soddisfarci in quanto utenti del mondo, e non mai cittadini. Un dato dell’OCSE, che parla di tutto meno che di economia reale, ci fa gridare al miracolo e al complotto antiberlusconiano, mentre se al mercato non possiamo più permetterci la metà di quello che compravamo prima, è colpa dell’Euro.

Nello stesso tempo, i politici paiono spaesati, come in attesa di qualcuno che li sollevi finalmente dal loro incarico, dal momento che alla fine anche fare schifo viene a noia. Siedono in parlamento come Estragon e Vladimir, aspettano un Godot che per ora non arriva. Ma che tanto prima o poi arriverà.

D.Piselli

Voglio essere breve nel mio primo intervento “lungo” dalla ripresa di Serrature. Voglio essere breve perchè, in una giornata così ricca di avvenimenti (sicchè trattarli tutti sarebbe decisamente dispersivo), mi preme solamente di esprimere la disillusione che credo si stia facendo largo sempre di più di fronte al fallimento innegabile del sogno di una nuova America. Come penso sappiate tutti, oggi Obama ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace 2009, ed ha pronunciato il suo discorso di accettazione ad Oslo (il testo, in inglese, lo trovate qui http://download.repubblica.it/pdf/obama-nobel.pdf). E’ stato molto triste leggere queste parole, un po’ come svegliarsi da una sbronza colossale e tornare sulla terra, un po’ come accorgersi che il mondo nuovo è ancora il mondo vecchio che agonizza. Da una parte, non fraintendetemi, può consolare il fatto che Obama sia sicuramente il male minore, tra i tanti presidenti che gli americani avrebbero potuto votare, quello che farà certamente meno male al suo paese, e presumo anche agli altri. D’altro canto, le sue parole sono state impressionanti, non tanto di per sè stesse, ma proprio perchè uscite dalla bocca di un politico che fino a pochi anni fa rifiutava di applaudire un capo di governo straniero che esaltava la guerra in Iraq (Berlusconi), un politico che criticava aspramente i suoi predecessori ed i suoi colleghi tutti, un politico che insomma parlava di dialogo e di fratellanza come fonte di pace tra le nazioni. Mi dispiace, in tal senso, di difendere le parole di un dittatore quale Fidel Castro, ma ciò che l’ex presidente cubano ha espresso riguardo ad Obama è drammaticamente vero, e cioè che le espressioni usate recentemente dal Comandante in Capo delle forze armate a stelle e strisce sembrano prese di peso dal reportorio di George W. Bush. Proviamo a leggere criticamente qualche estratto del discorso di oggi: il premier americano ha affermato che “il male esiste“; che gli sforzi dei soldati statunitensi hanno assicurato pace e prosperità alla Germania ed alla Corea (alla Germania in realtà dopo 40 anni di guerra fredda, alle Coree non credo), così come ai Balcani (non me la sentirei di chiamare democrazia e stabilità quello che c’è adesso da quelle parti); e che, infine, il mondo intero supporta ancora lo sforzo in Afghanistan (quale mondo? I governi, forse!), paese nel quale la Nato ed i suoi alleati si stanno distinguendo per coraggio e lealtà (e la strage di civili da parte dei soldati tedeschi?). La cosa è veramente molto triste, perchè quella realpolitik lodata da tutti i commentatori a proposito delle parole di Obama mi pare per la verità poco real e molto retorica. I luoghi comuni sui valori americani e sulla democrazia esportabile, sull’interventismo in favore della pace e sulla guerra brutta che fa bene, l’ex avvocato di Chicago se li poteva francamente risparmiare. Non serviranno certo ad assolverlo davanti al tribunale della storia. Men che meno, l’aiuteranno in una rielezione che già adesso appare dubbia, a tre anni dalla scadenza del mandato. Piuttosto, potranno essere utili, riletti a distanza di qualche tempo, per ricordare a sè stesso che su quel palco sarebbe stato meglio non salirci. Potranno essere confrontati con le frasi di Martin Luther King, con quelle di Gandhi, con quelle di Wangari Maathai, e ancora di Tenzin Gyatso, di Rigoberta Menchu, di Desmond Tutu, di Nelson Mandela, per rendersi conto di quanto questa realpolitik sia invero poca cosa da offrire alle speranze di una pace e di una vittoria dei diritti umani che tardano ad arrivare. Potranno infine essere riletti, in un futuro più o meno prossimo, come la dimostrazione più grande del fallimento di Obama. Non è infatti con il suo passato che questi ci è parso non meritevole del premio. E’ con il suo futuro dopo le parole di oggi che ha fugato ogni dubbio.

D.Piselli

Mi scuso innanzitutto con i lettori per non poter riuscire a portare avanti il mio iniziale intento di coprire dettagliatamente sul blog (con una sezione speciale) la Conferenza Onu sul clima di Copenhagen, essendo Serrature divenuto una piattaforma a gestione personalistica, passatemi il termine. C’è (e ci sarà sempre) spazio, tuttavia, per le problematiche inerenti al clima, che come sapete si rivelano spesso il cavallo di battaglia del sottoscritto. In particolare, nel primo post dalla sospensione del 26 Novembre, vorrei occuparmi di Sarah Palin, anche se con un giorno di ritardo. La coniglietta del tragicomico Partito Repubblicano si è vista infatti pubblicare uno sciroccato editoriale dal Washington Post, nel quale ha invitato caldamente il presidente Obama a boicottare il summit danese, a causa dei dubbi che sussisterebbero in merito alla questione climatica.
Per quanto riguarda il contenuto dell’articolo, sono parole che si commentano da sole:
“Le decisioni politiche hanno bisogno di vera scienza e vere soluzioni, non di scienza spazzatura e di tattiche tese a insinuare una paura da giorno del giudizio, utilizzate da un clero ambientalista che fa economia sulle preoccupazioni dei cittadini, facendoli sentire come se possedere un SUV fosse un peccato contro il pianeta”.
E ancora:
“Le politiche che vengono promosse a Copenhagen non cambieranno il clima, ma cambieranno l’economia verso il peggio”.
Per quanto riguarda la famosa testata, poi, è una vergogna italian-style che si permetta la pubblicazione in prima pagina di un’editoriale del genere, tutto basato su richiami populistici (ormai comuni al GOP) e affermazioni inventate. Le critiche sul Washington Post, manco a dirlo, sono piovute in massa, anche perchè nello stesso numero vi erano reports che smentivano clamorosamente quanto appariva nell’articolo della Palin.
Insomma, non si può pretendere troppo da una il cui motto in materia di crisi energetica era “Trivella, baby, Trivella!” e che mangiava hamburger di alce. Però ormai l’hanno fatta assurgere a reginetta della destra americana (quasi peggio della nostra), che ci vuoi fare, bisognerà darle spazio.

D.Piselli


A volte ritornano

Cari lettori del blog, sono lieto di comunicarvi che finalmente Serrature tornerà ad aggiornarsi dopo un salto temporale di due settimane che si è consumato velocemente tra cambi di lineup ed inconvenienti tecnici. Ci sono alcune novità per cui prima di passare ai nuovi articoli, lasciate che ve le illustri brevemente. Serrature, da oggi (ma già di fatto negli ultimi giorni di Novembre), è adesso gestito in via definitiva da una sola persona, ovvero il sottoscritto Dario Piselli; l’altro fondatore, Ivan Bececco, ha scelto di non proseguire la sua collaborazione con il blog; lo ringrazio pertanto per il lavoro che abbiamo svolto insieme nel primo mese di vita della piattaforma di informazione sulla quale (spero) vi siate confrontati, in maniera più o meno occasionale. L’altra comunicazione è strettamente legata alla prima, e consiste nel fatto che, essendo divenuto un blog personale, Serrature potrà essere soggetto a vuoti di spazi nell’una o nell’altra rubrica di riferimento, vuoti dei quali mi scuso, eventualmente, in anticipo. Per lo stesso motivo, se qualcuno dei lettori sarà interessato a collaborare con il Dizionario Avanzato della Disinformazione, sia in maniera saltuaria che permanente, potrà inviarmi la richiesta tramite il form che troverà alla sezione Contatti, alla quale risponderò il prima possibile. Potrete parimenti sottopormi direttamente articoli che avrete scritto, dei quali curerò volentieri la pubblicazione. Scusandomi ancora per il distacco che ci ha separati negli ultimi giorni, vi ringrazio dell’attenzione e vi ricordo che Serrature è di nuovo pronto a soddisfare le vostre esigenze di informazione. Buona lettura!

Dario Piselli

Serrature

Giusto ieri ho partecipato ad una conferenza organizzata dall’università di Siena, dal titolo “Il declino della sovranità e dei poteri pubblici“. Senza entrare nel merito di ogni singolo argomento toccato, voglio solo riferirmi all’intervento di un professore di diritto amministrativo, il quale mi ha offerto l’occasione di sviluppare il ragionamento che qui riporto. Questo docente si è detto convinto che il decentramento del potere, attualmente in atto in Italia, rappresenti una tangibile prova del fatto che la sovranità popolare non è in crisi, o perlomeno di come lo Stato cerchi continuamente di accorciare le distanze tra sè ed il cittadino, ponendo, lungo la strada, una serie crescente di apparati ed organismi su base locale che favoriscano la partecipazione individuale alla vita sociale e politica. Almeno filosoficamente, ciò non può essere vero, e per un motivo se volete astratto, ma comunque ampiamente dimostrato. Ci pare, infatti, che questo processo di progressivo decentramento del potere, di federalismo, di delega alle amministrazioni locali, non vada verso un’affermazione della sovranità popolare ma, tutt’altro, ci porti dritti dritti nella chiusura, nell’individualismo, nell’autoritarismo, nell’intolleranza, in altre parole in braccio alla supremazia di una sovranità autoritaria. Si tratta innanzitutto di pensare a chi sono, nel nostro paese, i principali fautori della politica federalista di decentramento, e cioè i leghisti. Detto ciò, basta rifarsi all’interpetazione che Charles Maier, professore di storia alla Harvard University, dà del secolo XX. Egli infatti vede il novecento come un’epoca lunga, che ha avuto il suo inizio attorno al 1850, in concomitanza e parallelamente all’ascesa di una forte idea di territorialità: si afferma, cioè, nella seconda parte del secolo XIX, un concetto di territorio circoscritto, dotato di un’organizzazione politica e caratterizzato da violente istanze di dominio entro i confini che lo determinano. Al di là di queste delimitazioni, si sviluppano ovviamente una pluralità di altri stati, con i quali viene instaurato un rapporto di conflittualità reciproca; nello stesso tempo, cresce la tendenza a riempire il proprio spazio con le prerogative della famiglia, della classe, della nazione, ed a negare le prerogative altrui.
Il modello di cui abbiamo parlato entra in crisi negli ultimi quindici anni del 1900, a causa della separazione netta che si è venuta nel frattempo a creare tra lo spazio dell’identità e quello della decisione, all’interno di un contesto più ampio che riguarda il fenomeno definito globalizzazione: internazionalizzazione delle corporations, multinazionali, sviluppo di internet, disintegrazione delle barriere sociali.
Per tutta risposta nasce una corrente di pensiero (che ha tra i suoi esponenti appunto la Lega in Italia, Le Pen in Francia, Haider in Austria, adesso il BNP in Inghilterra), la quale sostiene la necessità di una ricostruzione di quei confini, nonchè di una presa di posizione forte contro gli aspetti più controversi della situazione, ovvero cosmopolitismo e multiculturalità (il cosiddetto populismo territoriale). 

Con la mia (per la verità lunga) divagazione, voglio dire che è facile intuire come il decentramento non vada nella direzione di una maggiore sovranità popolare, per il semplice fatto che nasconde, piuttosto, l’obiettivo di una ripresa di controllo sul territorio, da raggiungere attraverso una politica di demagogia e d’intolleranza. Come è possibile tutto questo? Che rapporto c’è tra il singolo ed una massa che legittima un potere autoritario? Possiamo pensare a quello che hanno scritto psicologi del calibro di Freud e Le Bon: l’individualismo è infatti caratterizzato da storture ideali (razzismo, xenofobia, sospetto, violenza, chiusura mentale) che possono facilmente confluire in un’entità più grande (la massa, appunto), in cui esse trovano rifugio, si esaltano e perdono i freni inibitori, ed in cui la persona stessa subisce un processo di regressione a stati primitivi, divenendo facilmente malleabile per un leader furbo e manipolatore.
Morale della favola? Se nel 2000 la sovranità popolare appare in crisi, non se la passa invece male la sovranità autoritaria, che risponde all’apertura del mondo facendo leva sulle difficoltà dell’integrazione e della coesistenza. Insomma, bisogna stare in guardia, perchè il rischio c’è.

D.Piselli


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