Voglio essere breve nel mio primo intervento “lungo” dalla ripresa di
Serrature. Voglio essere breve perchè, in una giornata così ricca di avvenimenti (sicchè trattarli tutti sarebbe decisamente dispersivo), mi preme solamente di esprimere la disillusione che credo si stia facendo largo sempre di più di fronte al fallimento innegabile del sogno di una nuova America. Come penso sappiate tutti, oggi
Obama ha ricevuto il
Premio Nobel per la Pace 2009, ed ha pronunciato il suo discorso di accettazione ad Oslo (il testo, in inglese, lo trovate qui
http://download.repubblica.it/pdf/obama-nobel.pdf). E’ stato molto triste leggere queste parole, un po’

come svegliarsi da una sbronza colossale e tornare sulla terra, un po’ come accorgersi che il mondo nuovo è ancora il mondo vecchio che agonizza. Da una parte, non fraintendetemi, può consolare il fatto che Obama sia sicuramente il
male minore, tra i tanti presidenti che gli americani avrebbero potuto votare, quello che farà certamente meno male al suo paese, e presumo anche agli altri. D’altro canto, le sue parole sono state impressionanti, non tanto di per sè stesse, ma proprio perchè uscite dalla bocca di un politico che fino a pochi anni fa
rifiutava di applaudire un capo di governo straniero che esaltava la guerra in Iraq (
Berlusconi), un politico che criticava aspramente i suoi predecessori ed i suoi colleghi tutti, un politico che insomma parlava di dialogo e di fratellanza come fonte di pace tra le nazioni. Mi dispiace, in tal senso, di difendere le parole di un dittatore quale Fidel Castro, ma ciò che l’ex presidente cubano ha espresso riguardo ad Obama è drammaticamente vero, e cioè che le espressioni usate recentemente dal Comandante in Capo delle forze armate a stelle e strisce sembrano
prese di peso dal reportorio di George W. Bush. Proviamo a leggere criticamente qualche estratto del discorso di oggi: il premier americano ha affermato che “
il male esiste“; che gli sforzi dei soldati statunitensi hanno assicurato pace e prosperità alla
Germania ed alla
Corea (alla Germania in realtà dopo 40 anni di guerra fredda, alle Coree non credo), così come ai
Balcani (non me la sentirei di chiamare democrazia e stabilità quello che c’è adesso da quelle parti); e che, infine, il mondo intero

supporta ancora lo sforzo in
Afghanistan (quale mondo? I governi, forse!), paese nel quale la
Nato ed i suoi alleati si stanno distinguendo per coraggio e lealtà (e la
strage di civili da parte dei soldati tedeschi?). La cosa è veramente molto triste, perchè quella
realpolitik lodata da tutti i commentatori a proposito delle parole di Obama mi pare per la verità poco
real e molto retorica. I luoghi comuni sui valori americani e sulla democrazia esportabile, sull’interventismo in favore della pace e sulla guerra brutta che fa bene, l’ex avvocato di Chicago se li poteva francamente risparmiare. Non serviranno certo ad assolverlo davanti al tribunale della storia. Men che meno, l’aiuteranno in una
rielezione che già adesso appare dubbia, a tre anni dalla scadenza del mandato. Piuttosto, potranno essere utili, riletti a distanza di qualche tempo, per ricordare a sè stesso che su quel palco sarebbe stato meglio non salirci. Potranno essere confrontati con le frasi di
Martin Luther King, con quelle di
Gandhi, con quelle di
Wangari Maathai, e ancora di
Tenzin Gyatso, di
Rigoberta Menchu, di
Desmond Tutu, di
Nelson Mandela, per rendersi conto di quanto questa
realpolitik sia invero poca cosa da offrire alle speranze di una pace e di una vittoria dei diritti umani che tardano ad arrivare. Potranno infine essere riletti, in un futuro più o meno prossimo, come la dimostrazione più grande del fallimento di Obama. Non è infatti con il suo passato che questi ci è parso non meritevole del premio. E’ con il suo futuro dopo le parole di oggi che ha fugato ogni dubbio.